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Il terremoto dà un nuovo significato alla missione di un giovane

marzo 24, 2011 by  
Filed under Notizie della Chiesa

È stata la fede che ha fatto atterrare Patrick Hiltbrand, ma forse è stata anche la sua fede che lo ha fatto sopravvivere al diluvio, durante lo tsunami della scorsa settimana, nel piano superiore della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, in una piccola cittadina di Tagajo. Nonostante la prova a cui è sopravvissuto, non ha intenzione di lasciare presto il Giappone, perchè ha troppo da fare per seguire le sue convinzioni religiose.

“In questo momento, io sono qui in Giappone per due anni, per servire Dio”, ha detto il missionario di 20 anni, dalla missione di Sapporo. E’ determinato a tornare alla zona del disastro, per aiutare nel recupero, ma attende istruzioni: “Il mio presidente di missione sta ricevendo guida da Dio”, ha detto.

Per i membri della chiesa mormone, andare in “missione” è un rito di passaggio. In ogni momento, ci sono circa 52.000 missionari mormoni, al lavoro, in tutto il mondo, la maggior parte di loro tra i 19 ei 21 anni. Per rimanere concentrati nella loro opera religiosa, essi sono invitati a non guardare la televisione, a non seguire le notizie o chiamare i loro familiari e amici. Durante il loro unico giorno di riposo settimanale, possono scrivere lettere o e-mails.

Hiltbrand, da Pocatello, Idaho, è il terzo figlio della sua famiglia ad andare in missione, ma il primo ad essere inviato all’estero. Essere scelto per il Giappone era “oltre i suoi sogni più selvaggi”, ha detto la sua mamma, Corrie Hiltbrand. Era presente nell’area di Sendai, in Giappone, da circa 15 mesi, quando c’è stato il terremoto.

Vestito in modo standard, in camicia e cravatta, lui e il suo “collega” Yuji Aiura – i missionari mormoni viaggiano sempre in coppia – erano arrivati in bicicletta in un piccolo ristorante di Tagajo, una cittadina lungo il fiume, a circa due miglia dal mare.

Stavano discutendo sulla potenza di Dio con due giapponesi del luogo, quando la terra ha iniziato a tremare. L’hanno ignorato, in un primo momento. Hiltbrand dice: “Ci sono tante piccole scosse in questa regione, ma non durano molto”.

La furia crescente del rombo li ha spinti a rifugiarsi sotto un tavolo. Poi hanno deciso di correre fuori.

“C’è stato un forte scoppio e tutto ha iniziato a muoversi in ogni direzione”, dice Hiltbrand. “Le automobili hanno iniziato a dondolare per strada”.

Quando tutto è finito, i due missionari sono saltati sulle loro biciclette e hanno pedalato verso casa, per verificare lo stato del loro appartamento, poi si sono diretti verso la chiesa mormone di Tagajo, schivando le fessure appena createsi e i tombini aperti.

Lungo il percorso, Hiltbrand ha registrato lo shock e la paura sui volti intorno a lui, che si sono impressi nella sua mente, mentre pensava a cosa fare.

“Quando abbiamo iniziato ad andare verso la chiesa, mi sono girato verso il mio compagno e gli ho detto: ‘il nostro compito oggi è quello di aiutare le persone ad essere felici come si può’”, ha detto Hiltbrand. ”Ho cercato di sorridere e dire ciao a tutti”.

E’ nel carattere di Hiltbrand cercare di rallegrare la gente, ha detto sua madre. Lei lo descrive come duro di fronte alle avversità, socievole ed entusiasta per qualunque cosa nuova sia a portata di mano. Appena prima di partire per la missione, lo studente di elettronica aveva necessità di guadagnare un po’ di soldi e l’unico lavoro che ha trovato è stato quello di restare in piedi, in un angolo, con indosso un cartello pubblicitario di una locale pizzeria.

“Si è messo in piedi, all’angolo di una strada, facendo avanti ed indietro. Non ha mai smesso di muoversi “, ha detto Corrie Hiltbrand. “Ha detto, ‘Questo è quello che devo fare come lavoro, quindi ho intenzione di farlo’ e questo è ciò che Patrick è”.

C’era qualche illusione che il disastro fosse finito in fretta, mentre riprendeva il traffico delle auto verso l’interno di Sendai. Poi la polizia e le sirene dei vigili del fuoco hanno cominciato a dare l’allarme tsunami, a tutto volume.

Hiltbrand e Aiura sono saliti al secondo piano della chiesa, un edificio che è sollevata 4-5 metri da terra.

Da là hanno guardato fuori dalla finestra, mentre il livello dell’acqua è cresciuto rapidamente, grazie al fiume che avvolge la città e ha risucchiato le loro biciclette insieme alle auto e ai detriti.

L’acqua ha iniziato a riversarsi dalla fessura della posta della chiesa, nella porta del primo piano.

“Dal secondo piano sembrava il suono di una cascata”, ha detto Hiltbrand. “Sono andato al piano di sotto e ho visto che cosa stesse accadendo… il vetro della porta era in frantumi e l’acqua si riversava dentro”.

L’acqua è salita di circa quattro metri, prima di cominciare a diminuire, ha detto.

Sono passate 20 ore prima che i giovani missionari potessero avventurarsi fuori. Non erano in grado di andare al luogo di riunione d’emergenza designato dalla loro missione, perché erano stati isolati dalla parte opposta, del fiume in piena. Non vi era alcun servizio cellulare, presso la chiesa, per poter ricevere istruzioni.

“E’ stato un vero e proprio momento interrogativo: ‘ed ora che facciamo?’”, ha detto Hiltbrand. “(Aiura) ha detto: ‘Abbiamo bisogno di arrivare a Sendai’”, a circa 20 miglia di distanza.

Hanno camminato attraverso l’acqua stagnante, attraverso i mucchi di automobili e di rottami. I residenti giapponesi, guadavano attraverso l’acqua, portando alcuni membri anziani della famiglia sulle spalle.

Un membro della chiesa locale, ha guidato da Tagajo a Sendai, cercando Hiltbrand e Aiura, mentre si avvicinava alla città. Li ha trovati e li ha portati illesi nella missione della città di Sendai, circa 24 ore dopo il terremoto.

La chiesa ha trasferito tutti i suoi 200 giovani missionari da Tokyo e dalla zona di Sendai, alle missioni che ritengono essere ad una distanza di sicurezza dalla fuga di radiazioni, presso la centrale nucleare di Fukushima.

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Hiltbrand è ora nella missione a Sapporo – sull’isola settentrionale di Hokkaido. Venerdì scorso lui e gli altri sfollati stavano facendo un controllo sulla loro salute e un incontro sulla piena portata del disastro, tra cui le radiazioni fuoriuscite da Fukushima – una crisi che ha spinto il governo degli Stati Uniti ad organizzare l’evacuazione dei cittadini statunitensi dal Giappone.

Hiltbrand ha detto che non pensa di tornare presto in Utah. E sua madre ha detto che sostiene al 100% i suoi progetti, anche dopo una tesa preghiera di 24 ore, per l’incertezza sulla sopravvivenza del figlio.

“Chiedergli di tornare a casa non ci è mai passato per la mente”, ha detto. “Patrick è dove era previsto, per tutta la sua vita… Sapevamo che era dove doveva essere, quando abbiamo sentito che era stato protetto. E sappiamo che sarà protetto.”

Da parte sua, Hiltbrand ha voglia di tornare nella zona del disastro.

“Ho molta voglia di essere tra le persone di Tagajo, per aiutare”, dice. “Ho molti amici a Tagajo e non so come stanno. Non so in che modo puliranno tutto e voglio aiutarli”.

Ma, come molti dirigenti della chiesa mormone hanno detto su msnbc.com, questa settimana, i missionari, anche se entusiasti, potrebbero essere più un peso che un aiuto, in questa fase.
Così Hiltbrand segue ciò che la Chiesa dice, e va bene, per lui, cambiare la sua missione – dalla salvezza delle anime, alla salvezza della vita.

“Tutto quello che so è che sono ora a Sapporo, perché qui devo essere”, ha detto.

In Giappone, la Chiesa Mormone riscatta i missionari e manda aiuti

marzo 19, 2011 by  
Filed under Notizie della Chiesa

L’unica cosa che tiene testa alla capacità della Chiesa mormone di diffondere la parola, è la sua capacità di far fronte alle emergenze.

Entro 36 ore dal terremoto che ha colpito al largo della costa di Sendai, l’11 marzo, la sede centrale della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, in Utah, ha annunciato che tutti i 638 missionari, nel paese, 342 americani, 216 giapponesi e 80 provenienti da altri nazioni, sono al sicuro.

Entro pochi giorni, la chiesa aveva già contato tutti i suoi 125.000 membri in Giappone, tranne all’incirca un migliaio.

“Che si tratti di Haiti o del Giappone” ha detto David Evans, uno dei dirigenti della chiesa, che serve nella missione di zona “questo è il modo in cui funziona, ovunque”.

Una cultura della disciplina e della preparazione alle emergenze, molto forte. La chiesa ha una gerarchia e una rete dettagliata, che funziona, in tempi normali, per mantenere la coesione tra i membri, e, in un disastro, per individuarli.

Nel mondo, circa 14 milioni di membri della chiesa sono suddivisi in migliaia di unità, la maggior parte composta da 300 a 400 persone. Un vescovo presiede ogni unità e mantiene una registrazione dettagliata, indirizzo, telefono, indirizzo di lavoro e altre informazioni, su ogni membro.

“Quando si disperde quel piccolo gruppo, non c’è bisogno di contattare migliaia di persone”, ha detto Richard Hinckley, direttore esecutivo delle operazioni delle missioni della Chiesa. “Con quattro o cinque chiamate, a partire dal vescovo, attraverso una catena di telefonate, siamo in grado di individuare uno qualsiasi dei 14 milioni di membri della chiesa, in tutto il mondo, in pochi minuti”.

In caso di emergenza, se i sistemi di comunicazione sono fuori servizio, come lo erano in vaste aree del Giappone dopo il terremoto e lo tsunami, una intricata rete di comunicazioni della chiesa, si mette in moto.

Sotto quello che chiamano il “programma di insegnamento familiare”, ogni chiesa assegna ad un membro, da quattro a 10 persone, che lo visitano almeno una volta al mese, facendo una sorta di controllo sul suo benessere fisico e spirituale. Quindi, in sostanza, si controllano gli altri e veniamo, a nostra volta, controllati. Ciò significa che quando si verifica un disastro, i membri della chiesa sanno esattamente dove cercare la gente che normalmente rientra nei loro turni di insegnamento familiare.

I missionari, giovani uomini e donne che lavorano in coppia, hanno tutti i telefoni cellulari, ma con le reti cellulari non funzionanti nella maggioranza dei casi, essi seguono, invece, i piani di emergenza, che li dirigono in luoghi predeterminati. La maggior parte dei giovani missionari sono stati contattati entro 18 ore. Gli ultimi quattro, che hanno dovuto camminare fuori da una delle zone più devastate di Sendai, per raggiungere il sito assegnato loro, sono stati contattati entro 36 ore dal sisma, hanno riferito i funzionari della chiesa.

Appena è iniziata la minaccia delle radiazioni, la rete della chiesa si è messa di nuovo in moto, in modo da far spostare immediatamente 72 giovani missionari, dal luogo del disastro, alle missioni in Hokkaido, nel nord, e in Nagoya, nel sud del Giappone.

“Siamo molto fiduciosi di esserci spostati tutti molto, molto lontano dalle radiazioni che fuoriescono dalla centrale nucleare di Fukushima”, ha detto Steve Allen, un ufficiale per gli affari pubblici della Chiesa. Non viene fatto solo per ragioni di sicurezza, ha aggiunto, ma anche per ragioni pratiche, per farli uscire dal luogo in cui avvengono le operazioni di soccorso.

Ora la chiesa ha spostato la propria attenzione sulla prossima fase: le operazioni di soccorso.

Nell’ambito di un sistema organizzativo separato, i mormoni hanno inviato una squadra a Tokyo, per determinare il modo in cui possono realmente offrire un aiuto, non solo ai seguaci, ma, in generale, a tutta la regione devastata.

Hanno rapidamente ispezionato 50 edifici della chiesa SUG, nelle zone colpite dalla catastrofe costiera, tutti tranne quello di Sendai, perché il danno del terremoto ha reso impossibile raggiungerlo, per determinare se possono essere utilizzati per le attività di soccorso.

Dal punto di vista delle operazioni di soccorso, la chiesa non è solo concentrato sul suo gregge.

La chiesa ha dato un contributo sostanziale ai giapponesi della Croce Rossa e opera in coordinamento con altre organizzazioni umanitarie, per valutare la necessità di cibo, alloggio e combustibile, nella zona del disastro.

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“Facciamo ogni sforzo per aiutare le persone, ogni volta che c’è un disastro”, ha detto Allen. “Il nostro desiderio di aiutare non si basa su nessuna affiliazione religiosa o di altro tipo”.

Gli anziani dicono che nessuno dei missionari ha chiesto di lasciare il Giappone, e che essi, giovani per la maggior parte tra il 19 e i 21 anni, hanno solo una grande voglia di tornare alla zone in cui hanno lavorato, per aiutare. Ma i soccorsi non hanno veramente bisogno di missionari, il cui compito è quello di condividere il Vangelo.

“Ci piacerebbe avere missionari coinvolti in qualche modo, per poter essere utili”, ha detto Allen. “Ma non sono preparati, per essere particolarmente utili. Verranno utilizzati meglio altrove, fino a quando potranno tornare dov’erano, senza essere un peso per i soccorsi”.

La Chiesa, nel 2010, aiuta 58 paesi

marzo 13, 2011 by  
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Nota per il suo aiuto umanitario in caso di catastrofi e in risposta alle difficoltà, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni ha passato il 2010 organizzando interventi contro la povertà, le malattie e le catastrofi naturali.

Nel corso del 2010, il Servizio di Risposta alle Emergenze e gli uffici di zona, in tutto il mondo, hanno fatto fronte a 119 catastrofi, in 58 paesi, fornendo 15 milioni di dollari in aiuti di emergenza e l’organizzazione di squadre di volontari, per assistere le persone colpite.

Poche ore dopo il devastante terremoto di Gennaio 2010, a Haiti, i rappresentanti della Chiesa hanno valutato la necessità di inviare acqua, cibo e forniture varie. Sono stati inviati dei medici volontari, per aiutare le migliaia di feriti. La Chiesa continua a contribuire a stabilizzare la vita a Haiti, attraverso l’istruzione, l’occupazione e l’alloggio, indipendentemente dal fatto che le persone colpite siano membri della Chiesa o meno.

Le inondazioni in Pakistan, nel mese di agosto, hanno provocato 2.000 morti e altri milioni di persone sono state colpite dalla devastazione. La Chiesa ha assistito nelle operazioni di soccorso, in collaborazione con altre organizzazioni internazionali. In Centro e in Sud America, Cina, Thailandia, Myanmar, Vietnam, Filippine e anche negli Stati Uniti, particolarmente in Tennessee, Kentucky e Missouri, la Chiesa ha fornito sollievo dall’alluvione, sotto forma di cibo, acqua, kit igienici, coperte, vestiti, kit di pulizia, volontari e altri aiuti.

Durante gli ultimi mesi del 2010, si sono verificate due grandi epidemie di colera, in Haiti e in Papua Nuova Guinea. In risposta, la Chiesa ha inviato medici professionisti volontari, sistemi di purificazione dell’acqua e materiali didattici, ha anche assemblato e consegnato un nuovo kit di prevenzione del colera e di trattamento per le zone colpite.

Papà, ora comprendo

marzo 2, 2011 by  
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Tradotto dal sito:  http://www.daveandbiancamission.com


Mio padre morì quando io avevo nove anni.  Egli ebbe un attacco di cuore improvviso e inaspettato. Non ricordo di aver mai pianto. La maggior parte dei miei ricordi di lui sono piuttosto stressanti. Quando ero una bambina non potevo capire perché egli sembrasse così teso la maggior parte del tempo. Mi ricordo di come una volta, durante la cena, si fosse infuriato e avesse tirato un piatto di insalata attraverso la stanza frantumandolo in pezzi sul pavimento. Dopo aver fatto questo, egli mi guardò in un modo che non ho mai dimenticato. Dalla sua espressione potevo dire, anche alla mia giovane età, che ciò che provava non riguardava mia Mamma, o mia sorella o me. Sapevo che mi amava ed era dispiaciuto. Nei suoi occhi marroni profondi e gentili vidi una frustrazione dolorosa che sapevo di non poter comprendere completamente. Fino ad oggi.

Dopo aver vissuto in Italia questi ultimi 18 mesi e aver dovuto parlare una seconda lingua, non posso nemmeno cominciare a capire bene come egli fece ciò che fece. Mia madre, che era Italiana, ma nata in America, sentiva fortemente che dovevano trasferirsi da Firenze, Italia in America a New Orleans, Louisiana dove viveva  la sua famiglia. Mio padre aveva già cominciato ad esercitare la professione come medico Ostetrico/Ginecologo a Firenze in Italia. Mia sorella era nata lì. La maggior parte della sua famiglia era lì. Era la sua casa.

A quel tempo (1953) solo due stati negli Stati Uniti consentivano perfino ad un medico straniero di esaminare. La California e la Virginia. Siccome la famiglia viveva a New Orleans,  loro scelsero come nostra casa la Virginia poiché sarebbe stata più vicina ai parenti.

Ora sono sbalordita che egli fosse disposto a ricominciare tutto da capo, a ripetere la sua formazione medica in una lingua che non parlava, e a stabilire la sua residenza in un Paese che non aveva mai nemmeno visitato.

Suo fratello, Gigi, che siamo andati a trovare recentemente a Firenze, mi ha detto di essere corso sulla collina piangendo mentre salutava con la mano mio padre che partiva per andare ad imbarcarsi sulla nave per venire in America. La nave dove io sarei nata. In qualche modo egli sapeva che non avrebbe più rivisto suo fratello maggiore. Gli ho chiesto se era risentito verso mia madre per aver portato via in America quella parte della sua famiglia. La sua risposta mi ha sorpreso. Egli ha detto che era stata una buona cosa andare in America per una parte della nostra famiglia. Ha detto che noi eravamo destinati ad andare lì e che egli sapeva che la nostra famiglia sarebbe stata benedetta per questo. E lo è stata.

A mio padre voglio dire, “Papà, ora comprendo. Posso solo immaginare quanto tu amassi la Mamma per essere stato disposto a lasciare la tua patria e ad andare verso ciò che, ora so, deve esserti sembrato uno strano nuovo mondo. Ora comprendo perché hai voluto che nella nostra casa parlassimo Inglese e nient’altro e perché ti avrei sentito spesso, nella tua camera da letto, recitare parole inglesi ad alta voce, più e più volte, affinché la gente non notasse il tuo accento italiano. Mentre mi sforzo per parlare la lingua che era la tua madrelingua, il mio apprezzamento per ciò che hai fatto aumenta grandemente.”

Dopo la morte di mio padre, mia madre ricevette molte lettere da pazienti che gli erano grati per il genere d’uomo e di dottore che era stato. Svariate donne che erano state da lui curate con successo per problemi di sterilità chiamarono i loro bambini col suo nome. I suoi pazienti e collaboratori amavano il dottore italiano con l’affascinante accento. (Nonostante i suoi tanti sforzi per sradicarlo.) Ricordo una famiglia in particolare che portò in dono a mia sorella e a me una bambola speciale. La donna ci disse di come mio padre si fosse fermato per prestare primo soccorso a suo marito, un perfetto estraneo, quando lei aveva gridato aiuto perché lui aveva avuto un collasso durante la Messa per un attacco di cuore. Lei disse che mio padre aveva salvato la sua vita.

Io credo che parte dell’essere un adulto sia imparare a capire chi sono realmente i tuoi genitori e i sacrifici che hanno fatto per te. Chi avrebbe mai pensato che ci sarebbe voluta per me una missione per meglio apprezzare mio padre. Ho sentito che la missione aiuta la persona a crescere. Credo che questo si applichi anche a qualcuno di noi missionari più anziani.

Quarantotto anni dopo la morte di mio padre, ora mi ritrovo a piangere.

Grazie, papà. Ti voglio bene.

Una foto di mio padre, mia madre, mia sorella Rita e me presa da un articolo di un giornale riguardante la mia nascita quando la nave ormeggiò nel porto di New York City.

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