Fondazione per il meglio

Papà, ora comprendo

marzo 2, 2011 by  
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Tradotto dal sito:  http://www.daveandbiancamission.com


Mio padre morì quando io avevo nove anni.  Egli ebbe un attacco di cuore improvviso e inaspettato. Non ricordo di aver mai pianto. La maggior parte dei miei ricordi di lui sono piuttosto stressanti. Quando ero una bambina non potevo capire perché egli sembrasse così teso la maggior parte del tempo. Mi ricordo di come una volta, durante la cena, si fosse infuriato e avesse tirato un piatto di insalata attraverso la stanza frantumandolo in pezzi sul pavimento. Dopo aver fatto questo, egli mi guardò in un modo che non ho mai dimenticato. Dalla sua espressione potevo dire, anche alla mia giovane età, che ciò che provava non riguardava mia Mamma, o mia sorella o me. Sapevo che mi amava ed era dispiaciuto. Nei suoi occhi marroni profondi e gentili vidi una frustrazione dolorosa che sapevo di non poter comprendere completamente. Fino ad oggi.

Dopo aver vissuto in Italia questi ultimi 18 mesi e aver dovuto parlare una seconda lingua, non posso nemmeno cominciare a capire bene come egli fece ciò che fece. Mia madre, che era Italiana, ma nata in America, sentiva fortemente che dovevano trasferirsi da Firenze, Italia in America a New Orleans, Louisiana dove viveva  la sua famiglia. Mio padre aveva già cominciato ad esercitare la professione come medico Ostetrico/Ginecologo a Firenze in Italia. Mia sorella era nata lì. La maggior parte della sua famiglia era lì. Era la sua casa.

A quel tempo (1953) solo due stati negli Stati Uniti consentivano perfino ad un medico straniero di esaminare. La California e la Virginia. Siccome la famiglia viveva a New Orleans,  loro scelsero come nostra casa la Virginia poiché sarebbe stata più vicina ai parenti.

Ora sono sbalordita che egli fosse disposto a ricominciare tutto da capo, a ripetere la sua formazione medica in una lingua che non parlava, e a stabilire la sua residenza in un Paese che non aveva mai nemmeno visitato.

Suo fratello, Gigi, che siamo andati a trovare recentemente a Firenze, mi ha detto di essere corso sulla collina piangendo mentre salutava con la mano mio padre che partiva per andare ad imbarcarsi sulla nave per venire in America. La nave dove io sarei nata. In qualche modo egli sapeva che non avrebbe più rivisto suo fratello maggiore. Gli ho chiesto se era risentito verso mia madre per aver portato via in America quella parte della sua famiglia. La sua risposta mi ha sorpreso. Egli ha detto che era stata una buona cosa andare in America per una parte della nostra famiglia. Ha detto che noi eravamo destinati ad andare lì e che egli sapeva che la nostra famiglia sarebbe stata benedetta per questo. E lo è stata.

A mio padre voglio dire, “Papà, ora comprendo. Posso solo immaginare quanto tu amassi la Mamma per essere stato disposto a lasciare la tua patria e ad andare verso ciò che, ora so, deve esserti sembrato uno strano nuovo mondo. Ora comprendo perché hai voluto che nella nostra casa parlassimo Inglese e nient’altro e perché ti avrei sentito spesso, nella tua camera da letto, recitare parole inglesi ad alta voce, più e più volte, affinché la gente non notasse il tuo accento italiano. Mentre mi sforzo per parlare la lingua che era la tua madrelingua, il mio apprezzamento per ciò che hai fatto aumenta grandemente.”

Dopo la morte di mio padre, mia madre ricevette molte lettere da pazienti che gli erano grati per il genere d’uomo e di dottore che era stato. Svariate donne che erano state da lui curate con successo per problemi di sterilità chiamarono i loro bambini col suo nome. I suoi pazienti e collaboratori amavano il dottore italiano con l’affascinante accento. (Nonostante i suoi tanti sforzi per sradicarlo.) Ricordo una famiglia in particolare che portò in dono a mia sorella e a me una bambola speciale. La donna ci disse di come mio padre si fosse fermato per prestare primo soccorso a suo marito, un perfetto estraneo, quando lei aveva gridato aiuto perché lui aveva avuto un collasso durante la Messa per un attacco di cuore. Lei disse che mio padre aveva salvato la sua vita.

Io credo che parte dell’essere un adulto sia imparare a capire chi sono realmente i tuoi genitori e i sacrifici che hanno fatto per te. Chi avrebbe mai pensato che ci sarebbe voluta per me una missione per meglio apprezzare mio padre. Ho sentito che la missione aiuta la persona a crescere. Credo che questo si applichi anche a qualcuno di noi missionari più anziani.

Quarantotto anni dopo la morte di mio padre, ora mi ritrovo a piangere.

Grazie, papà. Ti voglio bene.

Una foto di mio padre, mia madre, mia sorella Rita e me presa da un articolo di un giornale riguardante la mia nascita quando la nave ormeggiò nel porto di New York City.

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